Il sistema pensionistico privato spagnolo è in una situazione di stallo finanziario: le aziende si oppongono a un ulteriore costo del lavoro, i sindacati sostengono che i contributi dovrebbero aggiungersi alle retribuzioni esistenti ed essere versati principalmente dalle imprese, mentre il governo ha mantenuto incentivi fiscali limitati. Nel frattempo, i piani individuali si sono ridotti dopo la riforma del 2021 e i fondi aziendali non sono ancora stati adottati su larga scala.
Il settore pensionistico è attivo da oltre tre decenni e più di dieci milioni di persone hanno partecipato a piani privati. Tuttavia, la fonte osserva che alcune persone hanno più conti e afferma che i risparmi accumulati nel sistema restano modesti. A luglio, il totale delle attività ammontava a 144,2 miliardi di euro: 101,8 miliardi nei piani individuali e 42,4 miliardi nei piani aziendali.
Sulla base di queste cifre e ipotizzando un conto per partecipante, la fonte stima un risparmio medio accumulato di 13.733 euro. Distribuito su 20 anni, ciò equivarrebbe a circa 57,20 euro al mese, in aggiunta alla pensione pubblica. Il calcolo è a titolo esemplificativo e non costituisce una stima di quanto riceverebbe ogni partecipante.
L’articolo sostiene che le ripetute rassicurazioni dei governi succedutisi nel tempo sulla sicurezza delle pensioni pubbliche abbiano fatto ben poco per incoraggiare un risparmio aggiuntivo. Afferma inoltre che i governi hanno compiuto sforzi limitati per promuovere i contributi ai piani pensionistici privati, nonostante il potenziale dei piani a capitalizzazione di alleggerire la pressione sul sistema pubblico.
Poiché i limiti ai contributi dei piani individuali restringono questa possibilità, l’attenzione si è spostata sui fondi aziendali, il principale ambito lasciato aperto dalla riforma del 2021. Finora la loro diffusione è stata limitata: solo un piccolo numero di grandi contratti collettivi li ha adottati, anche se questi piani consentono contributi più elevati con detrazioni fiscali.
Le aziende affermano che i contributi ai fondi aziendali si aggiungerebbero a costi del lavoro già sotto pressione e in genere preferiscono finanziarli reindirizzando una parte della retribuzione esistente. I sindacati respingono questo approccio, sostenendo che ridurrebbe i salari e che le imprese dovrebbero sostenere la maggior parte dei costi. Il governo, nel frattempo, non ha modificato il trattamento fiscale: secondo l’articolo, i contributi sono deducibili al momento del versamento, ma i prelievi sono tassati come reddito da lavoro, compresi i rendimenti degli investimenti.
L’articolo prende inoltre in considerazione l’ipotesi di rendere obbligatoria l’adesione ai fondi pensione aziendali, con la possibilità di uscirne in seguito, come è stato sperimentato nel Regno Unito. Osserva che la Costituzione spagnola considera volontaria la partecipazione a questi strumenti di risparmio, il che solleva una questione giuridica per qualsiasi modello di questo tipo. Tra gli ostacoli a una più ampia diffusione vengono indicati anche le piccole imprese, la presenza limitata dei sindacati, la debolezza della contrattazione collettiva e la prevalenza del lavoro temporaneo e a tempo parziale.
L’articolo chiede un maggiore sostegno fiscale ai piani aziendali, sostenendo che potrebbe incoraggiare il risparmio e ridurre la pressione sulla Previdenza sociale. Aggiunge che i lavoratori con redditi più bassi incontrano particolari difficoltà ad accumulare risparmi e propone di moderare gli aumenti del salario minimo e delle fasce retributive correlate, così da lasciare spazio ai contributi per fondi potenzialmente obbligatori.
Fonti: El País Economía.